
Uno degli aspetti più affascinanti del restauro architettonico e anche uno dei più dibattuti dal punto teorico
consiste nel fatto che alcuni edifici, e fra questi certamente vi è la nostra Cattedrale, possono essere indagati
riscoprendo ed accostando strati diversi, spesso ugualmente ben conservati, della storia della fabbrica. Il problema,
semplificando, sta nel fatto che, molto spesso per portare alla luce uno strato antico, bisogna eliminare uno o più
strati successivi, accettando di cancellare in sostanza una testimonianza del passato. In un caso o nell'altro il
restauro si configura come un'attività "critica" dove non si può fare a meno di valutare, pur con grande prudenza e
discernimento, cosa deve essere valorizzato o viceversa occultato all'interno di un sistema complesso come un edificio
con più di mille anni di storia.
Di qui l'esigenza di disporre dei più aggiornati sistemi di diagnostica e di indagine delle strutture e dei materiali,
al fine di operare scelte oculate, senza dimenticare che il fine ultimo rimane quello della conservazione.
Fra i vari ritrovamenti effettuati nella campagna di restauri in corso desideriamo segnalare due casi "limite",
interessanti non solo per l'effettiva qualità dei rinvenimenti, ma anche per l'approccio metodologico.
Rimuovendo, per verifiche di tipo statico, parte della pavimentazione e dei gradini del presbiterio, in
corrispondenza del pilastro sud est, che sorregge l'attuale cupola, è stato rinvenuto un lacerto di affresco del
sec. XIV.
L'affresco, ben conservato, si trova nel rinfianco delle volte che sostengono il piano del presbiterio e raffigura la
Madonna che allatta il Bambino. Al di là dell'indubbia qualità pittorica il rinvenimento è di grande importanza per
ulteriori motivi. In primo luogo l'affresco è datato (MCCCLXX... 137...), inoltre sua la particolare collocazione ci
permette di chiarire la morfologia del pilastro in epoca antica e di ipotizzare che la cripta sottostante si
estendesse soltanto alla parte centrale del transetto, lasciando le parti laterali alla quota delle navate laterali,
dalla quale si poteva ammirare l'affresco.
La posizione estremamente defilata, quasi inaccessibile, dell'affresco, rendeva impossibile o inefficace la
realizzazione di una porzione di pavimento vetrato che ne permettesse la visione, inoltre il pilastro sarà
interessato da lavori di consolidamento atti ad arrestarne il progressivo sprofondamento. Queste particolari condizioni
sfavorevoli hanno indotto a proporne il distacco, che in altri casi sarebbe stato sconsigliabile. A fine 2006,
concluso l'iter autorizzativo prescritto dal Ministero, l'affresco sarà staccato. Un'adeguata collocazione
all'interno dell'edificio potrà, almeno in parte, recuperare l'inserimento nel contesto originale e favorirne la
fruizione e la conservazione.
Durante alcuni saggi sugli intonaci dell'abside minore nord (cappella del SS. Sacramento) sono emerse parti di un
importante ciclo di affreschi del sec. XVI, rappresentante due angeli nell'atto di incensare un tabernacolo (oggi
perduto), probabilmente quello preesistente il grande tempietto marmoreo scolpito da Prospero Clemente.
Le figure dei due angeli, che si staccano da un basamento all'antica in finti marmi policromi ancora chiaramente
leggibile, erano attorniate da una sorta di corteo di personaggi in adorazione, i cui tratti fisionomici, resi con
stupefacente realismo, emergono prepotentemente dai pochi lacerti superstiti.
L'opera, finora del tutto ignota agli storici, è con probabilità riferibile al pittore reggiano Giovanni Giarola,
allievo del Correggio, e databile al secondo quarto del '500, anni in cui lo stesso pittore dipingeva le cappelle
absidali nella vicina chiesa di San Prospero.
In questo caso la particolare posizione degli affreschi, quasi occultata dal tempietto clementesco, non interrompe
la lettura complessiva dell'ornato della cappella, risultato di modifiche tardo settecentesche e successivi
restauri.
Comitato per il Restauro della Cattedrale S. Maria Assunta di Reggio Emilia
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